Il traduttore: il profilo professionale che IT e Marketing non sanno ancora di cercare
In molte aziende esiste una persona (spesso senza un titolo preciso) che sa muoversi tra IT e Marketing senza perdere credibilità in nessuno dei due campi: capisce abbastanza di sicurezza informatica da parlare con il reparto tecnico senza essere presa sul ridere; capisce abbastanza di comunicazione e brand da non essere ignorata nelle riunioni di marketing; sa quando una richiesta è tecnicamente rischiosa e sa come spiegarlo in modo che chi non è tecnico lo capisca davvero.
Questa persona viene chiamata in modi diversi a seconda dell’azienda: digital strategist, IT liaison, marketing operations manager, a volte semplicemente “quello che capisce entrambe le cose”. Raramente il suo ruolo è definito in modo preciso, ma quasi sempre è indispensabile.
Un ruolo nato dall’urgenza
La figura del traduttore tra IT e Marketing non è nata da una riflessione strategica. È nata dall’urgenza e dalla necessità pratica di risolvere un problema di comunicazione che i processi formali non riuscivano a gestire.
In molte organizzazioni, questo ruolo è stato assunto informalmente da qualcuno che aveva un background misto: un developer passato al marketing, un comunicatore con una formazione tecnica, un project manager con esperienza in entrambi i reparti. Non era pianificato: è successo perché serviva.
Il fatto che sia emerso in modo spontaneo, in contesti e settori molto diversi, svela qualcosa di molto importante: il problema che questa figura risolve non è occasionale, ma strutturale. Non basta trovare la persona giusta una volta, bisogna costruire un ruolo.
Cosa fa concretamente?
Il lavoro del traduttore non è quello di portavoce da un reparto all’altro. Non porta i messaggi di IT al Marketing, né le richieste del Marketing a IT. Fa qualcosa di più complesso: aiuta entrambi i reparti a formulare meglio quello che hanno da dire, prima ancora che lo dicano.
Quando il Marketing ha una nuova campagna da lanciare, il traduttore aiuta a identificare quali implicazioni tecniche ha quella campagna (quali dati richiede, quali strumenti coinvolge, quali approvazioni serviranno) prima che la richiesta arrivi a IT come qualcosa di vago e urgente. Quando IT deve comunicare una nuova policy di sicurezza, il traduttore aiuta a costruire un messaggio che sia comprensibile per chi non ha competenze tecniche, senza perderne la sostanza.
In entrambi i casi, il valore non è nella traduzione letterale, ma nella prevenzione del malinteso.
Le competenze che questo ruolo richiede
Non esiste ancora un percorso formativo standard per diventare un traduttore tra IT e Marketing. Ma le competenze che questo ruolo richiede sono identificabili.
La prima è la curiosità genuina per entrambi i mondi. Non è sufficiente tollerare il gergo tecnico di IT o le logiche di campaign management del Marketing, bisogna trovarli entrambi interessanti. Chi fa questo lavoro è quasi sempre qualcuno che ha scelto attivamente di imparare da entrambi i lati, non qualcuno che è finito in mezzo per caso.
La seconda è la capacità di fare domande: in riunioni tecniche dove tutti danno per scontate certe conoscenze, o in riunioni di Marketing dove i dati di performance vengono presentati come ovvi, il traduttore deve poter chiedere “Puoi spiegare meglio cosa significa?” senza perdere autorevolezza. Questa è una competenza relazionale.
La terza è la gestione del conflitto. Il traduttore lavora spesso in situazioni di tensione: una richiesta bloccata, una scadenza mancata, un malinteso che ha creato problemi operativi. Saper stare in quelle situazioni senza prendere le parti di nessuno, e senza perdere di vista l’obiettivo comune, è una delle competenze più difficili e necessarie.
Perché questo ruolo diventerà importante?
Le ragioni per cui la figura del traduttore esiste stanno diventando più intense.
Da un lato, la quantità di dati che il Marketing gestisce è in crescita costante, e con essa la complessità delle implicazioni di sicurezza e privacy. Ogni nuova piattaforma, ogni nuova integrazione, ogni nuovo tipo di dato raccolto porta con sé domande che richiedono sia competenze tecniche che competenze comunicative per essere gestite.
Dall’altro, le normative stanno diventando più stringenti. Il GDPR è solo l’inizio di un processo normativo che riguarda la gestione dei dati in modo sempre più pervasivo. Le aziende che non riescono a costruire un dialogo funzionante tra chi gestisce i dati tecnicamente e chi li usa operativamente si troveranno in difficoltà, non solo di compliance, ma di reputazione.
In questo contesto, avere una persona, o un team, capace di navigare tra i due mondi non è un lusso. È una necessità operativa.
Come si costruisce questa figura?
Le aziende che vogliono sviluppare questo ruolo al proprio interno hanno sostanzialmente due strade.
La prima è formare qualcuno che già esiste. Spesso la persona giusta è già nell’organizzazione, manca solo il riconoscimento formale del ruolo e gli strumenti per svilupparlo. Un percorso di formazione mista (parte tecnica e parte comunicativa) può essere sufficiente per trasformare qualcuno con le competenze relazionali giuste in un traduttore efficace.
La seconda è cercarlo fuori. I profili che hanno lavorato in entrambi i contesti (anche in settori diversi) portano una prospettiva che è difficile costruire dall’interno. Non sono rari quanto sembra: sono semplicemente difficili da trovare con le categorie tradizionali delle job description.
In entrambi i casi, il passaggio fondamentale è quello concettuale: smettere di pensare a questo ruolo come a un supporto operativo e iniziare a considerarlo a una funzione strategica.
La domanda che vale la pena farsi
Nella tua organizzazione, chi fa questo lavoro? Se la risposta è “nessuno in modo formale”, vale la pena chiedersi quanto sta costando questa assenza: in termini di tempo, conflitti non risolti, opportunità mancate.
Il traduttore non risolve tutti i problemi tra IT e Marketing, ma crea le condizioni perché quei problemi possano essere affrontati prima che diventino crisi.