Il mio Erasmus in “poche” parole
Sono partita carica di aspettative, con la voglia di dimostrare qualcosa e gli occhi lucidi per la vita che mi stavo lasciando alle spalle. Ho lasciato Parma, che per me era già stata un’avventura fuori casa, ma che, nel corso del primo anno di magistrale, era diventata casa a tutti gli effetti. Tanto che, prima di partire, mi sono chiesta se ne valesse davvero la pena. Avevo trovato un posto che sentivo mio, in cui sarei potuta restare. Eppure, chi è fatto come me capirà che, a volte, stare bene non basta: si ha bisogno di nuovi stimoli, di qualcosa che rimetta tutto in discussione. Inutile dire che l’Erasmus sia una di quelle esperienze che tutti dovrebbero fare. Lo avrete sentito dire migliaia di volte, quindi non starò qui a convincervi. Voglio semplicemente raccontarvi la mia.
Così sono partita per la Lituania.
Vi aspettavate una Spagna, una Francia o un Belgio? E invece no. A questo punto avrete capito che non sono proprio una che sceglie la strada più scontata. Prima di partire, della Lituania sapevo ben poco. E forse è stato anche questo il bello. Arrivare in un posto di cui conoscevo poco o niente e lasciarmi sorprendere. E posso dire di non essere stata delusa.
A gennaio mi sono ritrovata a trascinare una valigia da venti chili in mezzo alla neve e a temperature che sfioravano i meno venti gradi. Neanche a farlo apposta, avevo scelto uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni. E non sono nemmeno finita nella capitale, Vilnius. Sono approdata a Kaunas, una città al primo impatto austera, fredda, con un’anima segnata dall’architettura sovietica. Durante l’inverno, bastava guardare fuori dalla finestra per capire quanto fosse difficile avere voglia di uscire. Il sole splendeva, ma sembrava irraggiungibile perché bastava mettere il naso fuori per sentire il freddo tagliare la faccia. Il buio arrivava presto e molte attività chiudevano già alle sette di sera. Non esattamente lo scenario che ci si immagina quando si pensa alla vivace vita universitaria all’estero.
Anche i lituani, almeno al primo impatto, possono sembrare freddi e riservati. Ma sarebbe un errore fermarsi alle apparenze. Dietro quella discrezione ho trovato una gentilezza che non aveva bisogno di grandi gesti. Come quella signora che, appena arrivata, vedendomi con il mio valigione alla fermata dell’autobus, si è fermata a spiegarmi come funzionassero i mezzi pubblici, senza che le avessi chiesto nulla. O la proprietaria di casa che, la prima volta che mi ha vista, mi ha abbracciata senza nemmeno conoscermi. Come a dirmi: benvenuta.
Ed è così che, lentamente, il paese ha iniziato a fare breccia nel mio cuore.
Ho imparato ad avere pazienza. La Lituania è un Paese che cambia volto con le stagioni. Quando la neve si scioglie, riemerge una terra verde, fatta di foreste immense, laghi e distese di alberi che sembrano non finire mai. E poi ci sono le spiagge del Baltico, con la loro sabbia chiara e il vento che soffia quasi incessantemente. Anche Kaunas è cambiata. I tavolini sono tornati davanti ai locali, le strade si sono riempite e le giornate si sono allungate. È come se, dopo mesi di letargo, la città si fosse ricordata di essere viva.
Ho scoperto anche quanto i lituani siano fieri della propria identità e tengano alla loro indipendenza, celebrata con due importanti ricorrenze nazionali. E poi ho imparato che amano il basket e che aglio, barbabietole e cetrioli sembrano non mancare mai sulle loro tavole. Ma conoscere un Paese significa anche partecipare alle sue tradizioni. Come quando ho decorato le uova per Pasqua e, per il solstizio d’estate, ho danzato attorno a un fuoco e aspettato l’arrivo della giornata più lunga dell’anno. Esperienze difficili da raccontare a parole.
E così, dopo un inverno interminabile, lezioni e avventure, il tempo è volato.
Non sono state soltanto le feste, le cene internazionali o le gite organizzate all’ultimo minuto a rendere tutto speciale. Sarebbe riduttivo raccontarlo così. Sono le persone a rendere tutto più speciale. Perfetti sconosciuti, almeno all’inizio. Ci si incontra con l’imbarazzo di chi deve parlare in inglese, cercando le parole giuste, traducendo mentalmente le frasi e sperando di riuscire a farsi capire. Poi, quasi senza accorgersene, quell’imbarazzo si scioglie. Le conversazioni diventano più spontanee, le persone entrano nelle tue giornate e, un po’ alla volta, inizi a conoscerle davvero. Scopri i loro sogni, le loro paure e le vite che le aspettano una volta tornate a casa. Per qualche mese condividiamo tutto: gli spazi, il tempo, le abitudini e perfino le piccole difficoltà quotidiane. Siamo lì, in balia della vita, a cercare un po’ di spensieratezza e una pausa da quella quotidianità che, prima o poi, ci aspetta di nuovo. Mi sono ritrovata ad ascoltare storie e a conoscere culture che difficilmente avrei avuto modo di scoprire così da vicino.
C’è chi ha lasciato il proprio Paese per studiare e imparare una nuova lingua, chi è dovuto fuggire dalla guerra, chi si è trasferito per amore e chi vive sotto un governo che limita la propria libertà. Realtà molto diverse dalla mia, che mi hanno portata a guardare con occhi nuovi tante cose che avevo sempre dato per scontate. La libertà di scegliere dove vivere, la possibilità di studiare, di partire, di immaginare il futuro senza dovermi chiedere se mi sarebbe stato concesso farlo.
Accanto a queste storie, però, ce ne sono tante altre. C’è chi si è innamorato, chi si è ammalato, chi si è ubriacato per la prima volta, chi ha scoperto qualcosa di sé e chi è ripartito con molte più domande di quante ne avesse alla partenza. Anche condividendo gli stessi luoghi, siamo tornati a casa, ognuno, con qualcosa di diverso. Io, per esempio, ho imparato la differenza tra döner e kebab, come dire ti voglio bene in tante lingue o l’importanza di dire quello che penso. E non mi sono limitata ad imparare, ho anche insegnato qualcosa agli altri. Per esempio, che se ci si dà appuntamento alle dieci di sera, arrivare alle dieci e mezza può tranquillamente rientrare nella definizione di puntualità. O almeno, nella nostra. Ma anche la fondamentale differenza tra aperitivo e merenda.
Poi, quasi senza rendermene conto, quei mesi sono finiti.
Il ritorno è stato caotico quanto ci si poteva aspettare: un pullman perso, una valigia rotta, uno scambio di chiavi. A ripensarci, mi viene da ridere. Eppure, dietro questi ricordi buffi, si nasconde una nostalgia difficile da spiegare. Ricordo le lacrime in fila ai controlli dell’aeroporto, mentre guardavo quelle persone che per mesi erano state la mia famiglia. Sapevo che, da quel momento, non avremmo più condiviso la quotidianità e che nessuno avrebbe saputo dire quando ci saremmo rivisti. Ed è proprio in quel momento che realizzi davvero che l’esperienza è finita. Quando capisci che ognuno tornerà alla propria routine, che le strade si divideranno e che ritrovarsi tutti insieme non sarà più così semplice, nemmeno per condividere le cose più banali.
Eppure, resta la certezza che, in qualche modo, ci si ritroverà. Forse non sempre di persona, ma nei ricordi, nelle battute che capiamo soltanto noi, nelle fotografie e nelle storie che continueremo a raccontare. In quei piccoli frammenti capaci di farci sentire vicini anche a distanza di mesi o anni e di farci rivivere, almeno per un istante, quella felicità e quella spensieratezza giovanile che, con il tempo, la vita sembra inevitabilmente portarci via.
