REC – A volte basta un primo passo per trovare il proprio posto

Tre parole per descrivermi, un project work da realizzare in poche settimane e una domanda a cui, inizialmente, non avrei saputo come rispondere: cosa significa davvero mettersi in gioco?

Se qualcuno mi avesse detto, un anno fa, che avrei scritto un articolo per raccontare la mia esperienza in una Junior Enterprise, probabilmente avrei risposto con un sorriso e un bel punto interrogativo stampato in faccia. Non perché non avessi voglia di mettermi alla prova, ma perché semplicemente non sapevo ancora cosa fosse JEParma, né cosa potesse spingere un gruppo di studenti universitari a riunirsi per lavorare a progetti, collaborare con le aziende e costruire qualcosa di concreto, tutto questo mentre si cerca anche di sopravvivere alla sessione d’esami.

Oggi, invece, posso dire che entrare in JEParma è stata una delle esperienze più belle e formative del mio percorso universitario. Ma facciamo un passo indietro.

Il primo incontro: curiosità e qualche esitazione

Il mio primo contatto con JEParma risale all’anno scorso. Avevo appena concluso la triennale e stavo affrontando un periodo piuttosto intenso: da una parte, l’ultimazione della laurea; dall’altra, le lezioni della magistrale. Insomma, il tempo per fermarmi a riflettere non era abbondante.

Una volta ambientata a Parma, avevo iniziato a notare le locandine che raccontavano gli obiettivi e le attività di JEParma. Mi incuriosivano, ma continuavo a ripetermi che forse quello non fosse il momento giusto per intraprendere qualcosa di nuovo. Ogni tanto, però, finivo sulla pagina Instagram dell’associazione e, tra un post e l’altro, quella curiosità iniziava a trasformarsi in interesse.

A marzo è arrivato il momento decisivo: due associati hanno presentato questa realtà, raccontandoci la missione dell’associazione e le opportunità che offriva. Per la prima volta ho avuto modo di capire davvero cosa si nascondesse dietro quel nome e, soprattutto, mi sono sentita coinvolta.

Ho percepito subito che non si trattava soltanto di aggiungere un’esperienza al CV, ma di entrare in un ambiente in cui poter imparare, sperimentare e crescere, confrontandomi con persone diverse.

Ci è stato proposto un test per individuare i nostri interessi e orientarci verso le quattro aree dell’associazione. Il mio risultato iniziale indicava una maggiore affinità con HR. Spoiler: alla fine ho preso una strada diversa!

Anche grazie alla mia compagna di corso Giulia, con cui condividevo la curiosità di scoprire quel mondo e la voglia di conoscere nuove persone, ho deciso di partecipare ai primi incontri e candidarmi al REC.

Il coraggio di provarci

Il REC è stato il mio primo vero passo dentro JEParma. Il percorso è iniziato con l’invio del CV e di una lettera motivazionale, seguito da un colloquio. È stato il mio primo approccio a qualcosa di simile a una selezione aziendale.

Ricordo di essermi sentita un po’ impreparata davanti ad alcune domande, come quelle sugli aspetti più tecnici e su situazioni pratiche. Non sempre avevo una risposta pronta e, in certi momenti, ho dovuto raccogliere le idee e affidarmi alle esperienze che avevo maturato fino a quel momento.

Forse è stato proprio questo il primo insegnamento: non è necessario sapere già tutto per mettersi in gioco. A volte basta avere la volontà di ragionare, ascoltare e trovare il coraggio di rispondere, anche con qualche esitazione.

Dopo il colloquio sono seguiti un paio di giorni di attesa, finché è arrivata la mail che aspettavo: ero stata ammessa!

La gioia è stata tanta, ma non sapevo ancora che la parte più intensa doveva cominciare.

Tre settimane per imparare, sbagliare e conoscersi

La formazione è stata senza dubbio una delle fasi più impegnative, ma anche arricchenti. Gli incontri ci hanno permesso di conoscere gradualmente sia l’associazione sia le persone che ne facevano parte.

All’inizio eravamo un gruppo di studenti che si ritrovava per seguire delle formazioni. In poco tempo, però, tra esercitazioni, lavori di gruppo e chiacchiere, abbiamo iniziato a conoscerci davvero. Ed è proprio questo uno degli aspetti che ricordo con maggiore affetto: la possibilità di scoprire personalità, passioni e modi di pensare diversi dai miei.

Le formazioni riguardavano tutte e quattro le aree. Marketing e Sales erano quelle che mi incuriosivano maggiormente, mentre HR continuava ad attirarmi anche grazie al risultato del test iniziale. Per quanto riguarda IT, invece, la mia poca dimestichezza con gli strumenti informatici mi aveva portata a escluderla quasi subito dalle mie preferenze.

Seguire tutte le formazioni, tuttavia, si è rivelato fondamentale. In una Junior Enterprise, infatti, nessuna area lavora davvero da sola: per collaborare efficacemente è necessario comprendere cosa fanno i propri compagni, quali sono le loro responsabilità e in che modo ogni attività contribuisce al risultato finale.

Quando il lato analitico incontra quello relazionale

Alcune attività erano organizzate in gruppi, con piccoli progetti da sviluppare e presentare. Questo rendeva gli incontri più dinamici e ci permetteva di mettere subito in pratica ciò che avevamo imparato.

Le formazioni Marketing sono state un’occasione per dare libero sfogo alla creatività. Anche le formazioni HR e IT si sono rivelate preziose. 

Sono tutte attività che richiedono pianificazione, attenzione e capacità di coordinamento: aspetti che spesso rimangono dietro le quinte, ma senza i quali nessun progetto potrebbe funzionare davvero.

Conoscere il lavoro svolto dai colleghi mi ha aiutata a comprendere meglio il funzionamento dell’associazione nel suo complesso.

È stato proprio durante queste settimane che ho capito quanto ogni competenza sia importante e quanto un gruppo possa diventare efficace quando ciascuno mette a disposizione ciò che sa fare.

Non dobbiamo essere tutti uguali, né saper fare tutto. Dobbiamo imparare a riconoscere i nostri punti di forza e a valorizzare quelli degli altri.

Le formazioni Sales, invece, mi hanno aiutata a scoprire una passione che, fino a quel momento, non avevo del tutto riconosciuto. È stato interessante scoprire quanta analisi e pianificazione si nascondano dietro una proposta commerciale.

Avendo una personalità piuttosto analitica e inizialmente un po’ introversa, ho apprezzato molto questo lato: un ambiente in cui la capacità di ascoltare, comprendere le esigenze altrui e ragionare strategicamente diventa importante tanto quanto la comunicazione.

Ho iniziato a capire che “Sales” non significa semplicemente vendere qualcosa, ma costruire relazioni, individuare opportunità e trovare soluzioni che possano creare valore per entrambe le parti.

Trasformare un’idea in un progetto concreto

Dopo tre settimane di formazione è arrivato il momento che, probabilmente, tutti temevamo di più: il Project Work.

La sfida consiste nello sviluppare, in gruppi di lavoro, un progetto che integri le competenze acquisite durante il REC. Non basta avere una buona idea: bisogna trasformarla in una proposta strutturata, sostenibile e realizzabile, dimostrando di saper collaborare tra aree diverse.

C’è chi ha progettato la brand identity e la comunicazione, chi ha elaborato un budget e costruito una lista di potenziali sponsor, partner finanziari, chi ha sviluppato un piano di risk management e chi ha realizzato una landing page.

Insomma, quello che inizialmente sembrava semplice si è trasformato in un progetto articolato, in cui ogni scelta doveva essere coerente con le altre.

È stata una bellissima occasione per mettere alla prova le nostre capacità, ma soprattutto per capire cosa significhi lavorare davvero in squadra. Ci siamo divisi i compiti, confrontati sulle decisioni e coordinati per portare avanti il lavoro, cercando di distribuire gli impegni in modo equo.

Non sono mancati i momenti di tensione, le idee da rivedere e le cose da sistemare all’ultimo minuto. Ma è proprio questo che ha reso l’esperienza concreta: non stavamo soltanto studiando come si sviluppa un progetto, lo stavamo facendo.

Il giorno della presentazione e quella settimana interminabile

Il giorno della presentazione eravamo tutti piuttosto nervosi. Avevamo lavorato tanto e volevamo dimostrare che il nostro progetto non fosse soltanto un insieme di documenti ben organizzati, ma una proposta costruita con strategia, attenzione e collaborazione. Eravamo consapevoli di aver lavorato con attenzione e coerenza, e speravamo che la strategia e la sinergia del gruppo fossero emerse durante la presentazione.

Abbiamo assistito anche alle presentazioni degli altri gruppi e ci siamo resi conto di quanto impegno e creatività fossero stati investiti in ogni progetto.

La nostra proposta sembrava essere stata accolta positivamente, ma continuavamo a chiederci se avessimo osato abbastanza sul piano dell’originalità.

Poi è iniziata l’attesa.

È stata una settimana interminabile, ma quando finalmente è arrivata la mail, la tensione accumulata si è sciolta in un enorme sospiro di sollievo.

Avevo superato il REC!

La soddisfazione era tanta, non soltanto per il traguardo raggiunto, ma per tutto quello che c’era dietro: le ore di lavoro, le competenze acquisite, i dubbi superati e le persone con cui avevamo condiviso quel percorso.

Da candidati ad associati: il bello doveva ancora cominciare

Superare il REC ha significato entrare ufficialmente in una realtà che, nel giro di poche settimane, aveva già iniziato a sembrarmi familiare.

JEParma si è rivelata molto più di un’associazione universitaria: è una comunità di persone ambiziose, curiose e desiderose di mettersi alla prova, ma anche capaci di ritagliarsi momenti di leggerezza, ridere insieme e concedersi un aperitivo dopo una giornata intensa.

L’accoglienza nella mia nuova area è stata calorosa fin da subito. La scelta di Sales non è stata immediata, ma è uno degli aspetti che ho apprezzato di più del REC: mi ha permesso di esplorare ambiti diversi, senza dovermi limitare a ciò che pensavo di conoscere già.

Mi piace sapere di avere ancora tanto da imparare.

Dopo la pausa estiva, a settembre ci siamo ritrovati con nuove energie e nuovi progetti.

Ho avuto così l’opportunità di partecipare come associata al REC autunnale, osservando il percorso da una prospettiva diversa rispetto a quella di qualche mese prima. È stato bello ripensare a quando ero io, dall’altra parte, a cercare di capire cosa mi aspettasse e a chiedermi se sarei stata all’altezza.

Quello che mi porto a casa

Se ripenso alla persona che, inizialmente, osservava da lontano le locandine di JEParma, mi rendo conto che il cambiamento più significativo non riguarda soltanto le competenze tecniche che ho acquisito.

Certo, oggi conosco meglio strumenti, processi e dinamiche che prima mi erano estranei. So quanto lavoro si nasconda dietro una proposta commerciale, quanto sia importante pianificare un progetto e quanto la comunicazione debba essere coordinata con tutte le altre attività.

Ma la cosa più importante che ho imparato è che mettersi in gioco non significa essere già pronti: significa accettare di imparare lungo il percorso.

Non serve essere la persona più estroversa, la più creativa o quella che sa già utilizzare ogni strumento. Serve la disponibilità ad ascoltare, a collaborare, a sbagliare e a riprovare. Serve la voglia di contribuire a qualcosa che è più grande del singolo.

E poi ci sono le persone. Quelle che inizialmente sono soltanto nomi durante una formazione, che diventano compagni di progetto, con cui condividi l’ansia di una presentazione, la soddisfazione di un risultato raggiunto e, immancabilmente, qualche momento di leggerezza tra un impegno e l’altro.

Sono loro a trasformare un’esperienza formativa in qualcosa che ti resta dentro.

Se oggi potessi tornare a quel primo incontro, direi a me stessa di non pensarci troppo. Di candidarsi, di fare quel colloquio anche senza avere tutte le risposte, di accettare la sfida e di fidarsi un po’ di più delle proprie capacità.

Perché, a volte, le esperienze più belle iniziano proprio così: con una domanda a cui non sappiamo ancora rispondere, una decisione presa quasi per curiosità e il coraggio di provare, anche senza sapere esattamente dove ci porterà.

Io, quel passo, l’ho fatto. E oggi sono felice di averlo fatto insieme a JEParma.

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